Il 2018 è stato un anno intenso, caotico, pieno di cambiamenti e ricco di prime volte. Condensare tragedie, attimi di gloria, record infranti in un unico concetto è un’opera pressoché impossibile ma, come ogni anno, l’Oxford English Dictionary tenta l’impresa. Dopo “Post- Truth” (aggettivo che descrive una situazione in cui i fatti obiettivi sono meno influenti sull’opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle convinzioni personali) del 2016 e “Youthquake” (termine che identifica un cambiamento significativo culturale, politico o sociale, creato dall’azione dei giovani) del 2017, il 2018 è rappresentabile da “Toxic”, ovvero sia l’espressione che riflette lo stato d’animo e le preoccupazioni dell’anno in cui ci troviamo e ha il potenziale per distinguersi come un termine culturalmente significativo.

Nonostante l’importanza che ormai da anni ricoprono i lessicografi inglese, c’è qualcuno che va in una direzione leggermente diversa. Nonostante i dati schiaccianti che supportano le tesi inglesi di anno in anno, “Toxic” non viene interpretata da tutti come l’unica parola che riassume il 2018. Qualcuno utilizza “Techlash” (parola coniata dall’Economist per definire i contraccolpi al dilagante potere dei giganti di Internet come Facebook e Google). Sebbene la campagna #MeToo abbia riscosso un successo enorme nel corso dei mesi, non c’è l’unanimità sul fatto che “tossico” possa essere la parola dell’anno.

Secondo altri esperti, invece, la parola dell’anno è “Risk”.
La spiegazione, molto americana a dire il vero, ha un fondamento pratico e reale. Nel mese di agosto, la California Pacific Gas&Electric (PG&E) ha venduto la prima obbligazione legata ad eventuali catastrofi naturali, specificatamente studiata per coprire i rischi derivanti dagli incendi. Le società che affrontano una significativa esposizione, soprattutto finanziaria, a disastri naturali possono utilizzare questo tipo di obbligazioni per trasferire parte di rischio agli investitori. Gli obbligazionisti traggono vantaggio dal fatto che raccolgono pagamenti con tassi di interesse piuttosto alti per ogni anno che passa senza una catastrofe naturale fino a quando l’obbligazione non raggiunge la scadenza. Ma nel caso in cui dovesse accadere una catastrofe naturale che. Supera la soglia prevista dall’assicurazione, il titolo può calare di valore e gli investitori potrebbero perdere parte o addirittura tutto il loro introito.

In sostanza, coloro che hanno acquistato l’offerta di PG&E hanno scommesso sul fatto che non sarebbe accaduto nulla di catastrofico durante i tre anni di vita del bond, nonostante la realtà degli aumenti di incendi dovuti ai cambiamenti climatici in California negli ultimi anni.

Si sbagliavano, di grosso. Il devastante incendio dello scorso autunno nella California del Nord ha bruciato oltre 18.000 strutture e tolto la vita ad almeno 85 persone, classificandosi come il più vasto e micidiale incendio nella storia dello Stato americano.

Poiché gli investigatori sospettano che l’incendio sia stato avviato da attrezzature PG&E, la società stessa potrebbe essere ritenuta finanziariamente responsabile per l’incendio. Il disastro è sì per la PG&E, ma anche e soprattutto per gli investitori. Infatti, a dicembre il prezzo del bond è sceso a soli 5 centesimi, in calo del 95 % rispetto a metà novembre. La morale è molto semplice: chi ha scelto di puntare sul rischio, ha miseramente perso.

Da questa piccola grande storia all’idea che il “rischio” nel 2018 sia stato la grande – e inquietante – costante. Il rischio ha accompagnato la politica mondiale, ha accompagnato l’economia, la società e soprattutto il nostro clima. Il 2018 per certi versi è stato l’anno in cui si è definitivamente smesso di procrastinare l’incombente minaccia climatica a favore di iniziative che possano preservare le ultime risorse naturali della Terra. Quello che gli economisti definiscono come bull market, è sempre più volatile e instabile. E le cose, spesso, vanno di pari passo: negli ultimi 20 le catastrofi naturali sono costate al Mondo 2.908 miliardi di dollari e le perdite economiche dovute ai disastri ambientali sono aumentate del 151%. Il rischio è definito come la possibilità di perdere qualcosa di valore e nel 2018 la sensazione è quella di aver perso decisamente qualcosa.

“Finché ci sarà incertezza sul futuro, ci sarà rischio” ricorda il New York Times in un articolo di novembre. L’analisi più interessante, come sempre, riguarda il modo in cui il rischio viene percepito e vissuto. Internet e la globalizzazione hanno contribuito a rendere il rischio condiviso, hanno aiutato a intrecciare questi rischi, spesso facendoli confondere tra di loro. Un tempo, il mega-tifone che ha colpito il Giappone lo scorso settembre avrebbe fatto male solo ed esclusivamente ai giapponesi. Ma quando Typhoon Jebi ha colpito il Paese per il 25esimo anno consecutivo – con l’ultima raffica derubricata come la più forte tempesta di sempre in Giappone – le perdite da miliardi di dollari hanno interrotto le catene di

approvvigionamento per le società con sede a migliaia di chilometri di distanza.

Il secondo esempio lampante è il riscaldamento globale. Il tempo era la prima incertezza che gli esseri umani si sforzavano di prevedere per prevenire le catastrofi. Legandoci alla questione PG&E, il settore assicurativo è nato proprio per aiutare gli agricoltori e i commercianti a proteggersi dalla minaccia che la siccità e le tempeste ponevano ai loro affari. Oggi gli assicuratori globali detengono premi per oltre 5 trilioni di dollari e, mentre sfruttano gli ultimi progressi dei modelli informatici per migliorare le loro previsioni, non fanno altro che provare ad usare ciò che è successo in passato per prevedere il futuro.

Ma il passato è ancora considerabile come la guida per migliorare il futuro? Ieri, purtroppo, non è più affidabile né per oggi né per domani.
Per quanto le intenzioni siano quelle di continuare a limitare, continuare a prevenire, non sono queste ultime a far diminuire il rischio. In termini di rischio, sono solo le conseguenze a contare. Questa è sicuramente una delle lezioni più importanti: in un mondo così connesso e complesso, il costo di un’azione sbagliata nel momento sbagliato può essere incalcolabile.

Se da un lato il 2018 va via così, tra minacce e rischi, tra paure e disastri, dall’altro siamo consapevoli del fatto che ora abbiamo la capacità di fronteggiarli. Il rischio è in aumento e abbiamo la responsabilità di allontanare ciò che ci fa paura. È una responsabilità ma ancor di più un’opportunità.

E voi da che parte state? Dalla parte di un 2018 “toxic” o un 2018 “risk”?

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